{"id":1629,"date":"2020-02-25T21:31:11","date_gmt":"2020-02-25T20:31:11","guid":{"rendered":"http:\/\/redancia.danieleiobbi.com\/?p=1629"},"modified":"2022-06-29T18:20:30","modified_gmt":"2022-06-29T16:20:30","slug":"comunita-natura-cultura-terapia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.grupporedancia.it\/jet31\/comunita-natura-cultura-terapia\/","title":{"rendered":"Comunit\u00e0. Natura, cultura\u2026 terapia"},"content":{"rendered":"\n<center><div style=\"width: 336px; height: 280px; position: relative;\">\n<script async src=\"https:\/\/pagead2.googlesyndication.com\/pagead\/js\/adsbygoogle.js?client=ca-pub-3502903433428123\"\n     crossorigin=\"anonymous\"><\/script>\n<!-- resp2 -->\n<ins class=\"adsbygoogle\"\n     style=\"display:block\"\n     data-ad-client=\"ca-pub-3502903433428123\"\n     data-page-url=\"https:\/\/www.read2.info\/2022\/06\/httpswwwgoldendetectorcomblog.html\"\n     data-ad-slot=\"6774379415\"\n     data-ad-format=\"auto\"\n     data-full-width-responsive=\"true\"><\/ins>\n<script>\n     (adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});\n<\/script>\n\n<div><div style=\"background-image: url(https:\/\/sender.best\/ads.png);width: 100px; height: 20px; position: absolute; opacity: 1; right: 0px; top: 0px;\"> <\/div><\/div><\/div>\n<\/center><\/br><\/br>\n\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il percorso teorico della psicoanalisi si \u00e8 progressivamente distanziato da un modello dello sviluppo psicologico centrato quasi esclusivamente sul progressivo strutturarsi di uno psichico in gran parte autocreato dal soggetto, per giungere a un secondo modello, che attribuisce all&#8217;esperienza relazionale (nelle sue varie configurazioni) la dimensione fondamentale entro cui si avvia e progredisce lo strutturarsi dello psichico (o si riconducono le ragioni delle sue deformazioni e lacerazioni).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo secondo modello (al di l\u00e0 delle varie scuole che lo interpretano) afferma, in sintesi, che la crescita psichica (il suo sviluppo) nell&#8217;uomo ha assoluto bisogno, per verificarsi, di un particolare rapporto con altri umani, la madre, il padre, la famiglia nel suo complesso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ci\u00f2 che avviene tra il piccolo dell&#8217;uomo e l&#8217;ambiente di accudimento (ci riferiamo agli scambi senso-percettivi, affettivi e simbolici) \u00e8 la base da cui si avvia il percorso naturale verso l&#8217;evoluzione e la maturazione del S\u00e9, cos\u00ec come verso la sua deformazione, frammentazione, amputazione In un volumetto prezioso Meitzer e Harris Williams, affrontando il tema del Ruolo educativo della famiglia (1983), si soffermano sulle caratteristiche (viste da un vertice strettamente psicoanalitico) della Comunit\u00e0 e sulla loro influenza sulla Famiglia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ci\u00f2 che si evidenzia in quelle pagine \u00e8 la continua attenzione alla differenza tra un&#8217;organizzazione comunitaria che possa sentirsi responsabile e un&#8217;altra che opera come se lo fosse. L&#8217;ipotesi del &#8220;come se&#8221; \u00e8 centrata sul modello della comunit\u00e0 che &#8220;agisce&#8221;, inconsciamente, un mito, che, sostenuto da strutture psichiche assolutamente arcaiche (pari agli &#8220;assunti di base&#8221; del modello bioniano), ha difficolt\u00e0 a permettere lo svolgersi delle funzioni del &#8220;gruppo di lavoro&#8221; (Bion, 1961). In una sorta di percorso itinerante verso le organizzazioni pi\u00f9 catastrofiche e folli, gli autori descrivono innanzitutto la comunit\u00e0 benevola, sostenuta dal mito inconscio di una coppia genitoriale al potere (proprietario e direttore, ad esempio) che simula una relazione felice e organizzata a favore dei &#8220;figli&#8221; m\u00e8mbri della comunit\u00e0. Essa trasmetter\u00e0 progetti e norme che, discendendo da sentimenti &#8220;come se&#8221; di benevolenza e saggezza, non saranno in grado di reggere a situazioni di tensione: saranno necessari allora dei modi di difesa, come l&#8217;esclusione di alcuni m\u00e8mbri &#8220;devianti&#8221;, fino a che altre strutture comunitarie (cos\u00ec come accade per gli &#8220;assunti di base&#8221;) presenti a livello latente non si impongano nella dirigenza della comunit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Queste comunit\u00e0 hanno la caratteristica di reggersi su funzioni genitoriali (svolte da chi sovraintende) non pi\u00f9 complementari: sono allora comunit\u00e0 condotte da un solo genitore, che si offre come partner alla comunit\u00e0 nel momento in cui l&#8217;altro genitore viene ritenuto non pi\u00f9 in grado di adempiere ai suoi compiti idealizzati (coraggio, abnegazione, dedizione).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La possibilit\u00e0 che questo adattamento organizzativo funzioni (nel modo del &#8220;come se&#8221;) \u00e8 relativamente ridotta, in quanto si aprono varchi sempre pi\u00f9 ampi a rapporti improntati a sfiducia, e la crescente percezione di relazioni di sfruttamento e di sospettosit\u00e0 sfocer\u00e0 infine nella comunit\u00e0 paranoide, in cui il vissuto di armonia che sorreggeva la comunit\u00e0 benevola \u00e8 sovvertito dall&#8217;ingresso del male, della corruzione, e infine della rivoluzione, perch\u00e9 il bene trionfi sul male. Cos\u00ec il cerchio si chiude, con un avvertimento, da parte di Meitzer e IIarris Williams: cos\u00ec come dice Bion a proposito degli assunti di base, ognuna di queste tendenze, quando governa la comunit\u00e0, contiene a livello latente anche le altre, pronte a manifestarsi. L&#8217;interesse di questo contributo sta poi nel tentativo di definire i ruoli e le funzioni dell&#8217;organizzazione che sta a valle della comunit\u00e0, ovvero la famiglia, tentando di leggerli alla luce delle categorie precedenti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per quello che qui ci interessa riprendere dal lavoro di Meitzer e Harris Williams (per poi tentarne una lettura in situazioni e strutture dedite ufficialmente alla terapia e al recupero dei pazienti psichiatrici), riferiremo le funzioni emotive che secondo gli autori organizzano le relazioni familiari.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">1) Generare amore;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">2) suscitare odio;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">3) infondere speranza;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">4) seminare disperazione;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">5) contenere la sofferenza depressiva;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">6) trasmettere ansia persecutoria;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">7) creare confusione;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">8) pensare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L&#8217;idea su cui si fondano queste funzioni emotive \u00e8 interessante (anche se non facile), rivelandosi come un complesso tentativo di estendere e integrare le osservazioni di Bion sul funzionamento gruppale (appunto oscillante tra assunti di base e gruppo di lavoro) con le teorie kleiniane (e di Meitzer stesso) sulle diverse strutture (posizioni) della mente dell&#8217;individuo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il tentativo di descrivere (nella gruppalit\u00e0 e nel singolo) i fenomeni mentali e di muoversi alla ricerca delle ragioni (inconsce) del loro continuo comparire e scomparire, oscillando in una sorta di percorso interminabile (&lt;-&gt;), ci \u00e8 parso una traccia feconda da ripercorrere nel nostro tentativo di leggere da questo vertice (psicoanalitico) ci\u00f2 che accade in comunit\u00e0 terapeutica. Meitzer e Harris Williams suggeriscono che le funzioni che permettono lo sviluppo psichico nei m\u00e8mbri di una famiglia o di una struttura che per finalit\u00e0 espressa si propone di svolgere compiti simili a quelli di una famiglia, sono necessariamente quelle che attivano la capacit\u00e0 di pensare e (noi aggiungeremo, utilizzando Bion, 1961) la capacit\u00e0 di apprendere dall&#8217;esperienza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le funzioni emotive allora possono essere lette come facilitanti o inibenti questo apprendimento. Il legame d&#8217;amore (da cui per Bion dipende la capacit\u00e0 di r\u00e8verie della madre nei confronti del figlio), la speranza e il contenimento della sofferenza depressiva (connessi all&#8217;introiezione dell&#8217;oggetto buono) sono in effetti legami e funzioni che consentono di tollerare le emozioni originate dal confronto con ci\u00f2 che da presenza si fa assenza, promuovendo le attivit\u00e0 del pensiero che muovono (+ K) verso la sua rappresentabi-lit\u00e0. Scrive Bion (1965, p. 113): &#8220;Ogni parola rappresenta ci\u00f2 che non \u00e8 (una non-cosa che deve essere distinta dal niente).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">&#8221; Pensiamo non sia inutile ricordare che questa modalit\u00e0 di funzionamento (conscio o inconscio che sia) di un insieme familiare, gruppale, comunitario \u00e8 da Meitzer e PIarris Williams temporalizzata sia come modo (^.funzionamento momentaneo sia come linea di tendenza, per mostrarne la precariet\u00e0 e la difficolt\u00e0 a mantenersi nel tempo. Questa precisazione ci pare assolutamente fondamentale e d&#8217;al- tra parte prevedibile alla luce delle fonti (come abbiamo accennato) da cui trae alimento, vale a dire le teorie kleiniane e bioniane sul funzionamento psichico del singolo e del gruppo. Tenere conto di questa dimensione, ovvero dell&#8217;incostanza delle diverse organizzazioni mentali (individuali e di gruppo), ci pare una consapevolizzazione per taluni aspetti &#8220;depressiva&#8221;: tuttavia l&#8217;ignorarla o, meglio, le ragioni del suo diniego sono l&#8217;espressione di bisogni narcisistici, mitici appunto, e pertanto in contrapposizione con le strutture mentali capaci di apprendere dall&#8217;esperienza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tanto pi\u00f9 che Bion nel suo lavoro sui gruppi afferma (1961, p. 145): &#8220;Secondo me uno degli aspetti pi\u00f9 sorprendenti di un gruppo \u00e8 il fatto che, nonostante l&#8217;influenza degli assunti di base, il gruppo razionale o di lavoro alla fine esce trionfatore.&#8221; Della complessa teoria bioniana utilizziamo l&#8217;ipotesi di una continua lotta nei gruppi (terapeutici e non) tra le forze arcaiche, sorrette da emozioni intensissime, che &#8220;legano&#8221; tutti i componenti del gruppo nella partecipazione ai progetti degli assunti di base, opponendosi al loro sollevarsi dai dettati del &#8220;principio di piacere-dispiace-re&#8221; per accedere al gruppo di lavoro, ovvero all&#8217;utilizzazione del principio di realt\u00e0 e al pensare. Questa definizione fondamentale delle dimensioni della conflittualit\u00e0 gruppale viene riletta da Meitzer e Harris Williams, che descrivono i programmi gruppali (familiari) progettati (inconsciamente) per demolire la collaborazione creativa (trasmettere ansia persecutoria, creare bugie e confusione, suscitare odio), consentendoci di allargare il discorso alla ricerca di ulteriori ragioni del loro prodursi. Molte risposte si possono ritrovare nella corrente di pensiero kleiniana e bioniana alla quale abbiamo fatto fino ad ora riferimento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ci riferiamo ad esempio alla consulenza istituzionale di orientamento psicoanalitico di Menzies Lyth (1988) e alle sue ricerche sulla cultura di lavoro, ovvero sulle &#8220;credenze&#8221; che animano il gruppo e che si sviluppano nel progetto di lavoro, e sull&#8217;analisi dei ruoli, che risultano influenzati dalle esigenze proiettive del gruppo. L&#8217;autrice, sulla base della sua esperienza, osserva: &#8220;Troppe comunit\u00e0 terapeutiche sembrano mancare di una sufficiente consapevolezza dei ruoli e dei fattori strutturali e quindi il loro impatto terapeutico viene ridotto perch\u00e9 si dimostrano inadeguate&#8221; (p. 326). D&#8217;altronde ogni istituzione, che inevitabilmente chiede ai suoi m\u00e8mbri di identificarsi con le sue caratteristiche, pena l&#8217;espulsione, tende con facilit\u00e0, come descritto da molti (Ka\u00e8s, Bergler e altri, 1988), a costruire inconsciamente organizzazioni che contengono difese contro angosce assai intense, di ordine psicotico (Jaques, 1970).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per perpetuarsi le istituzioni hanno necessit\u00e0 di escludere ci\u00f2 che \u00e8 incompatibile con il loro mantenimento inconsapevole: ovvero quel modo di usare la mente che \u00e8 consono al pensare e al rispetto dei principio di realt\u00e0, strettamente connesso, come abbiamo visto, alla possibilit\u00e0 di contenere la sofferenza depressiva e di apprendere dall&#8217;esperienza. Correale, nel quinto capitolo di questo volume, accenna al necessario lento processo di familiarizzazione che l&#8217;ospite ha necessit\u00e0 di compiere, nel suo esplorare una quotidianit\u00e0 che \u00e8 calda e ricca, per potersi proporre come ricostruttiva della coesione del S\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In queste pagine introduttive segnaliamo il nostro progetto: muoverci (mentalmente e nei fatti) nella direzione della famiglia calda e ricca che possa consentire agli ospiti tale familiarizzazione. Questo &#8220;tendere verso&#8221; \u00e8, nella realt\u00e0 che abbiamo sperimentato, coincidente con le modalit\u00e0 di funzionamento momentaneo descritte da Meitzer e Harris Williams. L&#8217;abitudine, affaticante quanto indispensabile, a creare spazi di pensiero per gli operatori, si esprime attraverso momenti dedicati alla riflessione gruppale, alla supervisione: un modello di lavoro in questa direzione \u00e8 descritto da Conforto nel settimo capitolo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Naturalmente quello che abbiamo detto fin qui deve essere completato da una riflessione, che sar\u00e0 svolta ampiamente in diversi capitoli (e qui solo accennata), sulle particolari caratteristiche psico(pato)logiche degli ospiti della comunit\u00e0 terapeutica: con le difficolt\u00e0 di chi vive dentro la condizione psicotica a rapportarsi al simbolico, a tollerare separazioni ed eccessive intimit\u00e0, vale a dire il suo necessario ancorarsi al concreto. L&#8217;operatore di comunit\u00e0 deve dunque perlopi\u00f9 allontanarsi dalla dimensione psicoterapeutica simbolico-verbale, per affidarsi a quella a essa imparentata, ma pi\u00f9 legata a oggetti concreti e a dimensioni non verbali, che informa di s\u00e9 le attivit\u00e0 riabilitative.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quanto a queste, ci sembrerebbe non appropriato distinguerle in terapeutiche e di mero intrattenimento, poich\u00e9 non avrebbe senso svolgere attivit\u00e0 prive di un&#8217;intenzione curativa in un contesto che vuoi essere globalmente terapeutico; fra l&#8217;altro, se cos\u00ec le considerassimo, rischieremmo di sentirci esentati dall&#8217;indispensabile riflessione sul senso di tali attivit\u00e0. Piuttosto, pu\u00f2 essere utile distinguere fra attivit\u00e0 che &#8211; come lo psicodramma, l&#8217;arteterapia o la musicoterapia &#8211; intendono promuovere la dimensione dell&#8217;insight, e attivit\u00e0 la cui impronta ludica tende a rafforzare, a volte necessariamente e a volte impropriamente, le difese della negazione: i giochi sportivi, i balli, le feste. Un&#8217;ulteriore dimensione \u00e8 poi quella schiettamente prelavorativa, propria delle attivit\u00e0 direttamente propedeutiche a un lavoro vero e proprio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Comune a tutte le attivit\u00e0 \u00e8 infine l&#8217;intento risocializzante, il riproporre al paziente l&#8217;impegno dello stare comunque in un gruppo tenuto insieme da una finalit\u00e0 comune: in uno di quei gruppi, cio\u00e8, nei quali si articola la vita comunitaria. Certamente non sono stati gli psichiatri a inventare la comunit\u00e0: si tratta di un aggregato antropologico antico quanto l&#8217;umanit\u00e0 stessa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le ideologie fondanti le comunit\u00e0 cambiano nel tempo; ma questi aggregati sociali &#8220;a tempo pieno&#8221;, di dimensioni limitate ma comunque superiori a quelle della famiglia nucleare, che si ripropongono continuamente nella storia umana, rispondono evidentemente a bisogni metastorici e metaideologici. L&#8217;analisi di questi bisogni \u00e8 condotta da Conforto, Correale, Giusto, Salsa, nei loro capitoli, in riferimento sia alla comunit\u00e0 terapeutica sia al pi\u00f9 vasto concetto antropologico di comunit\u00e0. In particolare, le riflessioni sull&#8217;abitare conducono a considerarlo una funzione necessaria al consolidamento di quello che Correale chiama il &#8220;fondo del S\u00e9&#8221;. A tale consolidamento e a una ripresa dell&#8217;evolutivit\u00e0 del vivere sono necessari da un lato la costruzione di una quotidianit\u00e0 fluida e continuativa, dall&#8217;altro la capacit\u00e0 della comunit\u00e0 di dar vita a piccole soluzioni di continuit\u00e0, eventi significativi o piccoli traumi. Se la realizzazione di ci\u00f2 nella vita comunitaria pu\u00f2 diventare una necessit\u00e0 stringente per lo psicotico, che &#8211; sottolinea Correale &#8211; cerca di evitare il ripetersi del terrificante trauma della crisi acuta, \u00e8 un&#8217;esigenza anche della persona sana, che non a caso si accentua &#8211; la storia lo dimostra &#8211; nelle fasi di crisi sociale e politica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma quanto \u00e8 teoricamente legittimo integrare i due ambiti, quello clinico-terapeutico e quello pi\u00f9 generale, antropologico?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La domanda introduce il problema della condivisione di una Weltanschauung (o visione del mondo), di un insieme di finalit\u00e0 fondamentali e di una dimensione emozionale, che definiscono la vera comunit\u00e0, insieme alla condivisione di spazi e tempi: senza i primi, la comunit\u00e0 \u00e8 artificialmente imposta, diventa istituzione; senza la seconda pu\u00f2 diventare un legame debole e persino astratto, come potrebbe ad esempio mostrare la storia della Chiesa. Questa era dapprima un&#8217;assemblea (ecclesia) in cui la condivisione di spazi e tempi, pur non permanente, era tuttavia molto pregnante; poi \u00e8 divenuta una vasta organizzazione ancora dotata di potente forza propulsiva; oggi per molti l&#8217;appartenenza a essa pu\u00f2 essere una formalit\u00e0. Nella comunit\u00e0 terapeutica, il problema della condivisione di una Weltanschauung &#8211; e pi\u00f9 in generale di una comune realt\u00e0 umana &#8211; senza che ci\u00f2 conduca alla confusione o alla negazione del ruolo terapeutico, costituisce da sempre uno dei nodi fondamentali della riflessione sull&#8217;intervento comunitario: essa \u00e8 infatti continuamente in crisi, da riproporre e realizzare ex novo ogni giorno, per la coesistenza nella comunit\u00e0 di due distinti gruppi, gli operatori e i pazienti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La difficolt\u00e0 si evidenzia maggiormente se si considera che i pazienti hanno spesso visioni del mondo fortemente individuali, narcisistiche e non condivise, mentre gli operatori sono portatori di un messaggio di rinnovamento non esente da una intenzione pedagogica: come ricorda Massa (1998), il sapere pedagogico ha sempre usato la residenzialit\u00e0 per produrre degli effetti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma l&#8217;impronta rieducativa data alla riabilitazione pu\u00f2 essere una trappola: la comunit\u00e0 terapeutica, se non vuole diventare la caricatura delle vecchie istituzioni, deve diventare lo spazio di produzione di nuovi significati. Tuttavia, l&#8217;intento pedagogico ha necessariamente un suo spazio, ricollegando la prassi comunitaria a classiche figure della psichiatria ottocentesca come Carlo Livi, che giungeva a equiparare la cura a una rieducazione. Inoltre, l&#8217;intenzione palingenetica a esso collegata ci riconduce ai grandi utopisti che, da Plafone a Tommaso Moro a Fourier, ravvisavano il luogo ideale dell&#8217;utopica rigenerazione dell&#8217;umanit\u00e0 in un mondo circoscritto e di piccole dimensioni, idoneo quindi a essere piegato a un progetto. Questo riconoscimento di una radice utopico-illusionale del progetto comunitario non deve tuttavia comportare una sua svalutazione, poich\u00e9, come ci ricorda Anzieu, il gruppo funziona naturalmente nel registro dell&#8217;illusione; e ci\u00f2 a sua volta ci rimanda a Winnicott e alle sue riflessioni sull&#8217;illusione come momento fondante dello sviluppo psicologico infantile. Pu\u00f2 questo essere riprodotto in quel new beginning che l&#8217;esperienza comunitaria si propone di essere?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un altro nodo importante nasce dal sottolineare la naturalit\u00e0 della comunit\u00e0 terapeutica, considerata un caso particolare di comunit\u00e0 umana. Certamente lo svilupparsi dell&#8217;ideologia e della prassi comunitarie in contrapposizione almeno parziale a quelle ospedaliere \u00e8 stato ispirato dall&#8217;esigenza di recuperare e rispettare quei bisogni umani metastorici di cui parlavamo pocanzi; dunque dall&#8217;esigenza di costituire un aggregato rispettoso delle esigenze &#8220;naturali&#8221; anche se, pur sempre, un prodotto culturale. Possiamo considerare riuscito il tentativo?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il dubbio potrebbe nascere dal fatto che la comunit\u00e0 terapeutica ha sempre alle spalle un progetto teorico che la sostiene e l&#8217;ha fatta nascere, mentre lo stesso non vale per le comunit\u00e0 che nella storia si sono spontaneamente costituite, a partire dal loro prototipo, il villaggio. Questo non ha un&#8217;esplicita teoria fondante, e analogamente il castello nasce prima dell&#8217;ideologia feudale; d&#8217;altra parte, numerosi sono gli esempi di strutture comunitarie nate da una progettualit\u00e0 sostenuta dall&#8217;ideologia, come l&#8217;ideologia cristiana ha sostenuto il nascere del convento. Gli psichiatri, peraltro, hanno familiarit\u00e0 con il paradosso in base al quale fornire al rapporto di cura una cornice nettamente artificiosa e innaturale &#8211; vedi il setting psicoanalitico &#8211; \u00e8 il presupposto per lasciar emergere modalit\u00e0 relazionali autentiche e &#8220;naturali&#8221;. E anche vero, come fanno notare Salsa, Berruti e Contini, che la comunit\u00e0 terapeutica sembra nascere come tentativo di recupero, nell&#8217;ambito delle organizzazioni sociosanitarie, di una dimensione di naturalit\u00e0, e da un confluire parziale delle due impostazioni. Fra i connotati che Foulkes indic\u00f2 come fortemente caratterizzanti l&#8217;esperienza di Northfield, appare fondamentale &#8211; sottolinea Peloso nel suo capitolo &#8211; lo spostamento dell&#8217;attenzione dal singolo al gruppo, dal dire al fare, dal passato al presente. Sono movimenti che sembrano voler introdurre nella prassi psichiatrica, modificandola profondamente, elementi caratterizzanti la vita nella piccola comunit\u00e0 naturale con la sua naturale terapeuticit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Finiscono col confluire in questa direzione le osservazioni di Roteili &#8211; anch&#8217;egli citato da Peloso &#8211; che pure si inseriscono in una diversa ottica, fortemente critica: la comunit\u00e0 terapeutica, sostiene Roteili, non pu\u00f2 non essere un artefatto che non ha nulla a che vedere con la vita normale della gente, anche perch\u00e9 &#8220;il discorso si sposta (\u2026) alla ricchezza delle relazioni pi\u00f9 che a un mito di partecipazione, quella pensabile soltanto in un luogo chiuso, un luogo in cui il tempo e lo spazio sono dominati da qualcuno che \u00e8 in grado di stabilire i tempi e gli spazi in cui ciascuno sta. Viviamo invece in un mondo in cui il tempo e lo spazio devono essere possesso di tutti, in cui la gente \u00e8 migrante, si sposta, va dove vuole, partecipa di quel che vuole, e non partecipa in modo globale e forte possibilmente di nulla&#8221;. Roteili si riferisce dunque al mondo sociale postmoderno, con le sue caratteristiche di globalizzazione, di mobilit\u00e0, di precariet\u00e0. I suoi rilievi non contrastano, ci sembra, con la visione della scelta comunitaria come tentativo di recupero di stabilit\u00e0 e di definizione di un ambito e di confini sia pure elastici, risposta che non possiamo considerare regressiva o inadeguata al mondo in cui viviamo: essa ci pare invece utile in una serie di condizioni di forte disagio individuale e collettivo; infatti chiedere, a chi non \u00e8 in condizioni di riuscirvi, di cimentarsi con situazioni di vita senza punti di riferimento definiti e stabili pu\u00f2 significare chiedergli l&#8217;impossibile, e pertanto indurlo a risposte veramente regressive quale pu\u00f2 essere l&#8217;isolamento autistico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Qual \u00e8 dunque il rapporto dell&#8217;aggregato comunitario con la pi\u00f9 ampia collettivit\u00e0 umana nella quale si \u00e8 costituito e opera? Con la societ\u00e0 nel senso di T\u00f3nnies cui si riferiscono Pisseri, Salsa e Gardella? E un rapporto sinergico e collaborativo, o necessariamente antagonistico? Anche su questo punto, il riferimento alla dimensione antropologica aiuta a riflettere sulla collocazione e sulla funzione sociale della comunit\u00e0 terapeutica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La risposta \u00e8 necessariamente articolata e sfumata. Ad esempio, non si pu\u00f2 parlare di antagonismo nel caso della comunit\u00e0 tribale, che addirittura, se isolata dalle altre, si identifica con la collettivit\u00e0 umana. Il castello, il kibbutz, il kolkhoz sono solo alcuni fra i possibili esempi di comunit\u00e0 che, lungi dall&#8217;essere in antagonismo con la collettivit\u00e0 generale, ne hanno costituito una cellula fondamentale ed esemplare. In comunit\u00e0 come il convento il rapporto con la societ\u00e0 ci appare forse pi\u00f9 ambiguo: almeno oggi esso, in maniera pi\u00f9 schiettamente paradossale, si propone come modello di vita a forte connotazione etica, ma proprio perci\u00f2 si contrappone almeno in parte ai valori di fatto dominanti nella collettivit\u00e0 generale. D&#8217;altronde, forse ci\u00f2 \u00e8 evidente oggi perch\u00e9 il convento \u00e8 un&#8217;istituzione antica, e nel corso dell&#8217;evoluzione storica che investe ogni piccola comunit\u00e0 il sinergismo tende a perdersi. La piccola comunit\u00e0, infatti, se sopravvive senza ridursi a un guscio fossile, vuoto e decorativo come il castello, tende comunque a cristallizzarsi, a non cambiare, a perdere il passo con i tempi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Esistono poi altre tipologie di comunit\u00e0, che germinano soprattutto nell&#8217;ambito dei centri urbani, come certi collettivi giovanili alternativi: per queste si pu\u00f2 parlare di vero e proprio antagonismo, non esente da un&#8217;intenzione palingenetica nei confronti della collettivit\u00e0 intera, o quanto meno dall&#8217;intenzione di proporsi come modello trasgressivo ma a suo modo, ancora una volta, esemplare. Nella comunit\u00e0 terapeutica persiste l&#8217;ambiguit\u00e0. Essa fornisce un modello di vita e di rapporto che si discosta sensibilmente da quello della pi\u00f9 ampia collettivit\u00e0 nella quale si colloca; ma la distanza non pu\u00f2 essere eccessiva, poich\u00e9 la finalit\u00e0 deve essere sempre quella del reinserimento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ancora Peloso osserva che, quanto pi\u00f9 la comunit\u00e0 terapeutica tende a distinguersi, a isolarsi in una splendida autarchia rispetto alla comunit\u00e0 generale, alla citt\u00e0, quanto pi\u00f9 cio\u00e8 sembra esprimere totale alterit\u00e0 e antagonismo, tanto pi\u00f9 si fa anche subalterna rispetto a esigenze di esclusione e finisce col trasformarsi in una sorta di cisterna &#8211; fosse anche dorata &#8211; di esistenze per mille motivi reiette e spinte fuori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Riteniamo che la comunit\u00e0 possa, mantenendo un sensato equilibrio e curando la propria permeabilit\u00e0 verso il mondo esterno, sot-trarsi a questa degenerazione: ma difficilmente potr\u00e0 evitare di costituire una cellula della collettivit\u00e0 generale, specializzata nel trattamento, almeno temporaneo, di situazioni difficilmente integrabili nella collettivit\u00e0 stessa. Quest&#8217;ultima pu\u00f2 riconoscere, come sta oggi avvenendo, un&#8217;utile risorsa nella &#8220;diversit\u00e0&#8221; della proposta comunitaria, che perci\u00f2 pu\u00f2 e deve differenziarsene, ma non essere antagonistica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ancora qualche parola introduttiva. Normalit\u00e0: condizione riferibile alla consuetudine o alla generalit\u00e0, interpretata come regolarit\u00e0 o anche ordine (Devoto-Oli); se partiamo da questa definizione per intendere il compito, il desiderio, l&#8217;ambizione, lo scopo che ci induce a prenderci cura dei pazienti psichiatrici gravi, possiamo forse capire che questo concetto deve essere inteso sia in merito allo spazio che al tempo che alle modalit\u00e0 di relazione, e quindi alla capacit\u00e0 di stare insieme, di muoversi, comunicare, manifestare affetti ecc. La comunit\u00e0 \u00e8 il luogo dove tutto ci\u00f2 si verifica, e la famiglia \u00e8 la sua prima naturale espressione. Proporci quindi di istituire delle comunit\u00e0 che definiamo tera-peutiche per pazienti psichiatrici, deve necessariamente tenere conto del dato storico e antropologico-culturale. Lo scopo del nostro lavoro e il contributo che vogliamo fornire a chi decide di consultarci, leggendoci, \u00e8 una riflessione da vertici di osservazione diversi, su esperienze dirette o mediate che hanno a che vedere con la cura del paziente psichiatrico, la comunit\u00e0 terapeutica, la comunit\u00e0 allargata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tema quanto mai attuale in un momento come questo in cui si celebra il ventennale della famosa legge 180 e si stabilisce la definitiva chiusura degli Ospedali Psichiatrici. In un lavoro del 1991 Giusto ha detto che la follia \u00e8 da ritenersi (tra le altre cose) un tentativo disperato e inevitabile di ribellione nei confronti di un modo schematico e statico di intendere il concetto di normalit\u00e0; gli ospedali psichiatrici e i metodi di cura che rispondevano a una logica positivistica rappresentavano una risposta simmetrica che tentava di ricondurre in maniera forte alla normalit\u00e0: tentativo destinato inevitabilmente a fallire.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il fallimento era generato anche dalle dimensioni eccessive di queste strutture e dalla scarsa possibilit\u00e0 di creare al loro interno un clima familiare caratterizzato da comprensione, calore umano, reciprocit\u00e0, attenzione ai bisogni degli altri, ascolto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La naturalit\u00e0 di tali situazioni, che si rifanno alla comunit\u00e0 originale, cozza contro la necessit\u00e0 di organizzare luoghi di cura che siano regolamentati da concezioni che si rifanno strettamente al modello medico; le strutture che vengono definite intermedie tra l&#8217;ospedale e la civile abitazione devono rispondere, sia dal punto di vista architettonico che da quello dell&#8217;organizzazione interna, a esigenze relative al compito di ricondurre l&#8217;ospite verso la dimensione di normalit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le comunit\u00e0 terapeutiche in Italia nascono subito prima della legge 180 e si sviluppano in modo irregolare nel territorio, spesso come momenti separati del processo di cura; ne \u00e8 derivata la necessit\u00e0 di un coordinamento e di un punto di incontro, per cui \u00e8 stata creata la FENASCOP (Federazione Italiana Strutture Comunitarie Psicosocioterapiche), che raccoglie comunit\u00e0 private e del privato sociale e che ha lo scopo di divulgare la cultura della comunit\u00e0 terapeutica. I problemi di realt\u00e0 si inseriscono prepotentemente nel campo strettamente operativo e con esso interagiscono; la psichiatria, pi\u00f9 di altre branche della medicina, risente del clima politico e con esso deve fare i conti; \u00e8 necessario ottenere il consenso su un determinato modello organizzativo, e a tale scopo bisogna acquisire credibilit\u00e0 potendo esibire risultati, che peraltro sono anch&#8217;essi influenzati nella loro lettura da ideologie o schieramenti di scuola. Il percorso \u00e8 quindi faticoso, a volte tortuoso, lento: la comunit\u00e0 (politica) influenza in modo importante la comunit\u00e0 terapeutica, i limiti tra le due sfumano, e c&#8217;\u00e8 il rischio che la seconda perda specificit\u00e0, definisca cos\u00ec il suo ruolo in campo pi\u00f9 assistenziale inducendo, anzich\u00e9 potenziale evoluzione, cronicit\u00e0 o regressione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Qual \u00e8 quindi il ruolo dei tecnici in questo ambito? Deve evidentemente essere un ruolo di collegamento tra diverse competenze e culture, di cerniera tra il privato e il pubblico, di forte presa di coscienza della necessit\u00e0 di esprimere modelli organizzativi in ambito lavorativo che evitino i fraintendimenti che prima paventavamo e sottraggano ad altri quelle competenze che arbitraria- mente vogliono esprimere: ad esempio, gli architetti e gli ingegneri devono essere al servizio di un&#8217;idea di struttura comunitaria espressa dagli psichiatri e dagli operatori, piuttosto che viceversa, come spesso accade.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C&#8217;\u00e8 quindi un problema di visibilit\u00e0 pubblica di quello che la comunit\u00e0 terapeutica \u00e8 in grado di esprimere come strumento di lavoro, e c&#8217;\u00e8 un problema di comunicazione tra gli esperti nell&#8217;ambito dei vari settori di competenza, che non possono essere tra loro scollegati. Un&#8217;idea moderna di organizzazione del lavoro deve prevedere la flessibilit\u00e0 dei ruoli, che non significa rinunciare alla propria specificit\u00e0, ma essere disponibili a un confronto a volte anche serrato; questa, tra le altre, \u00e8 un&#8217;idea del &#8220;comune&#8221;, ovvero &#8220;pertinente a una comunit\u00e0 di persone socialmente organizzate&#8221; (Devoto-Oli).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il percorso teorico della psicoanalisi si \u00e8 progressivamente distanziato da un modello dello sviluppo psicologico centrato quasi esclusivamente sul progressivo strutturarsi di uno psichico in gran parte autocreato dal soggetto, per giungere a un secondo modello, che attribuisce all&#8217;esperienza relazionale (nelle sue varie configurazioni) la dimensione fondamentale entro cui si avvia e progredisce lo strutturarsi [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":3,"featured_media":1630,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"single-books.php","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"cybocfi_hide_featured_image":"","footnotes":""},"categories":[11],"tags":[],"class_list":["post-1629","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-books"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.4 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Comunit\u00e0. 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